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Mattarella all’Assemblea dell’Anci: «I comuni non sono la periferia della Repubblica, sono la base della Repubblica»

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Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla 36^ Assemblea ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani dal titolo "Ascoltare. Decidere. Migliorare"

 
Rivolgo a tutti voi il saluto più cordiale.
 
Vorrei salutare il Presidente del Consiglio Nazionale, Enzo Bianco, con gli auguri per la conferma in questo suo ruolo, e ringraziarlo per il suo intervento, così come ringrazio il Presidente della Regione e il Sindaco di Arezzo che in questi giorni – non me ne voglia la Sindaca di Roma – sembra la capitale d’Italia, con tutti voi qui che rappresentate il nostro Paese.
 
Un saluto e un ringraziamento al Presidente dell’Anci della Toscana e alla Presidente della Provincia.
 
Ho lasciato per ultimo Antonio Decaro. Ci ha offerto poc’anzi – ci ha regalato – una relazione appassionata e coinvolgente che ha reso plasticamente, con grande efficacia, la raffigurazione dell’attività, dei compiti, delle difficoltà, delle responsabilità e anche del fascino del fare il sindaco.
 
È stata una relazione cui è difficile fare commenti, ma vorrei soltanto dire che esprime la capacità, l’efficacia, il prestigio con cui sta svolgendo il suo compito di Presidente dell’Anci. E gli faccio gli auguri per la conferma appena ricevuta questa mattina.
 
Questa assemblea è un appuntamento sempre molto importante per me, oltre che per il nostro Paese. È un’occasione preziosa per approfondire e adeguare l’azione delle pubbliche istituzioni nei grandi cambiamenti che ci coinvolgono, al fine di garantire, e se possibile rafforzare, quei principi e quei diritti costituzionali che compongono l’architrave della nostra civiltà e della nostra convivenza.
 
I Comuni non sono la periferia della Repubblica, sono la base della Repubblica.
 
I Comuni – tutti, ciascuno di essi – costituiscono un tratto essenziale della nostra identità nazionale e, posti come sono alle radici dell’ordinamento, lo alimentano in virtù della loro rappresentatività e della maggiore vicinanza con le concrete comunità di vita. Per questo non può esistere un’efficace strategia che escluda i Comuni o che li tenga ai margini, nel disegnare il futuro del nostro Paese.
 
Viviamo, del resto, la stagione dell’interdipendenza. Tra Paesi, addirittura tra Continenti. Tanto più tra istituzioni della rappresentanza politica nazionale e l’articolazione istituzionale della Repubblica: Regioni, Province, Comuni.
 
Il dialogo, il confronto tra i livelli diversi di governo, non può essere improntato, da un lato dalla imposizione di una sorta di camicia di forza sul sistema delle autonomie – ferma restando visione unitaria e complessiva del sistema della finanza pubblica – e, dall’altro, da una visione di tipo rivendicativo-conflittuale.
 
La Repubblica, nella sua interezza e nelle sue articolazioni, serve il cittadino e le comunità nelle loro aspirazioni, nel perseguimento dei loro legittimi interessi, secondo una griglia di criteri e di obiettivi indicati in Costituzione, all’articolo 2 su diritti e solidarietà, all’articolo 3 sull’eguaglianza, all’articolo 5 sul riconoscimento e la promozione delle autonomie.
 
Affrontare consapevolmente il tema dell’interdipendenza, governandone gli effetti, anche con nuove formule e rimodulando assetti e competenze, vuol dire da un lato coinvolgere tutte le istituzioni, e con esse i corpi intermedi, in un’impresa di rilancio del Paese, che tenga insieme innovazione e giustizia, qualità e competitività, effettività dei diritti e coscienza dei doveri di solidarietà. Dall’altro vuol dire potenziare l’investimento e la dimensione europea, la sola in grado di renderci protagonisti nella scena globale.
 
La rete capace di affrontare questa sfida – queste grandi sfide – della nostra epoca va costruita insieme ai Comuni. Dalle loro esperienze quotidiane, dalle buone pratiche messe in opera, tante volte possono pervenire contributi preziosi, a partire dalla vocazione, che l’Anci da tempo rappresenta, di ricercare costantemente l’interesse generale e la convergenza sul bene comune, pur in presenza di una articolata e irrinunciabile diversità di idee e di opzioni.
 
Ritengo molto importante che, nel programma dei lavori qui ad Arezzo, abbiate deciso di partire dai mutamenti dei nostri stili di vita che possono accompagnare scelte politiche lungimiranti e contribuire così allo sviluppo sostenibile. Questo è il grande impegno per il nostro Paese e per l’intera Europa. Tutte le istituzioni – e a tutti i livelli – devono sentirsi partecipi e costruttrici di una nuova qualità della crescita civile, sociale, economica.
 
Davanti ai mutamenti climatici, davanti alla necessità di una crescita compatibile con l’ambiente e con l’equità sociale, davanti agli obiettivi inderogabili dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite – avvertiamo in questo momento lo stretto legame tra comportamenti civili virtuosi e decisioni di governo adeguate. Il ciclo dei rifiuti, il riuso, l’energia pulita, la mobilità e i trasporti, la riduzione dei materiali inquinanti, la bonifica di aree dismesse, la riqualificazione dei centri urbani e delle periferie, l’economia circolare e l’apporto delle tecnologie più evolute: è chiaro a tutti che si tratta di ambiti sempre più interconnessi. Solo tenendo insieme crescita culturale e progresso scientifico, scelte politiche coerenti e forti legami di comunità, riusciremo a realizzare quanto richiesto da questo passaggio storico.
 
La nuova Commissione e il Parlamento europeo si sono dati traguardi assai ambiziosi: fare del nostro il primo Continente neutrale dal punto di vista climatico per il 2050. Questo significa far diventare l’Europa, l’Unione europea un traino economico, produttivo, tecnologico, significa conseguire il ruolo di avanguardia di un nuovo e più equilibrato sviluppo, significa rafforzare e al tempo stesso ammodernare il modello sociale. Partecipare in prima linea a questo impegno è cruciale per il futuro dell’Italia. L’Italia può dare molto all’Europa. Può essere decisiva per il successo dell’Unione, grazie alla sua qualità, alle sue capacità, alle sue città, alla sua ricchezza e alla diversità dei suoi territori.
 
Possiamo riuscirvi. Ma senza i Comuni non ne saremo in grado. Perché è la qualità della vita nelle metropoli, come nei borghi, nelle aree interne e nei territori montani, che può rendere i cittadini davvero partecipi di questa indispensabile trasformazione, e fare in modo che lo sviluppo sostenibile divenga un grande traguardo popolare.
 
Le città sono un motore decisivo di trasformazione. La forza propulsiva dei centri più grandi passa dalle università e dai luoghi di ricerca, dall’massimizzazione dei servizi grazie anche alle reti digitali, da nuove pianificazioni urbanistiche, dalla crescita di infrastrutture immateriali, dal potenziamento della mobilità intelligente e sostenibile. Ovviamente non potremmo neppure parlare di “smart city” se trascurassimo la necessaria riqualificazione e la sicurezza delle periferie. È quanto mai opportuno, come sostiene l’Anci, che gli interventi in favore delle periferie urbane abbiano un concreto rilancio sul piano nazionale, e che riescano a integrarsi con misure adeguate di carattere sociale e di welfare. Il nuovo sviluppo richiede di tenere connesse le punte di eccellenza con la riduzione del divario sociale, la crescita di opportunità con la trasparenza e la legalità. I Comuni possono fare molto se non lasciati soli.
 
Questo vale ancor più per i piccoli Comuni, per le aree interne, per i borghi montani. Come ancora una volta ha ricordato Antonio De Caro, rappresentano oltre due terzi dei Comuni italiani e sono parte irrinunziabile del nostro patrimonio civile. Ai rischi di spopolamento e di impoverimento occorre reagire, nella consapevolezza che l’Italia risulterebbe drammaticamente indebolita se non fosse capace di mobilitare tutte le proprie risorse. Dove sono spente le luci vanno riaccese. La ricchezza ambientale, storica, culturale, paesaggistica si traduce in forza anche economica, e in coesione. E’ necessario dar seguito, con impegno, al percorso avviato con la legge sui Piccoli Comuni. Occorre utilizzare le infrastrutture materiali e immateriali per irrobustire le reti, per garantire diritti e servizi, per assicurare il diritto alla mobilità.
 
Sarebbe gravemente sbagliato rassegnarsi a un’Italia a più velocità. Ciascuno – in ordine alfabetico: da Abano Terme a Zungri – sarà più forte se ridurremo gli squilibri tra chi abita al Nord e chi al Sud, tra chi vive nelle metropoli e chi nei piccoli centri, tra chi è vicino al mare e chi continua a rendere più belle le colline e le montagne.
 
I Comuni di piccola dimensione – i cui rappresentanti ho incontrato venti giorni addietro – hanno bisogno, ancor più di altri, di semplificazione burocratica e amministrativa. Lo ha detto bene, con passione, il Presidente dell’Anci. Dove i dipendenti comunali si contano sulle dita di una mano, sindaci e amministratori locali vanno messi nelle condizioni di poter operare a vantaggio delle comunità che dirigono. L’Anci ha tradotto le proposte di semplificazione che ha avanzato, riassunte nella campagna “Liberiamo i Sindaci”, in un’iniziativa legislativa che merita grande attenzione. Mi auguro che riesca ad agevolare il mandato dei sindaci, superando procedure anacronistiche e inutilmente onerose.
 
La crescita di capacità competitiva del nostro Paese passa anche da qui. Analogamente – come tante volte viene ricordato – vanno incoraggiati i Comuni a realizzare unioni, ad associarsi per svolgere funzioni e servizi, a giungere a fusioni quando queste operazioni possono produrre economie di scala e importanti risparmi di spese, a tutto vantaggio dei cittadini.
 
Questi sono giorni di confronto intenso sulla legge di bilancio. Abbiamo ascoltato nella relazione del Presidente Decaro le richieste e le proposte che l’Anci ha presentato all’attenzione del Governo e del Parlamento. A me non compete prendere parte nella discussione di merito, ma ribadisco l’auspicio che la leale cooperazione tra le istituzioni della Repubblica trovi concreta applicazione, e tragga nuova spinta, da una convergenza sugli indirizzi di bilancio.
 
Ai Comuni sono stati chiesti sacrifici rilevanti negli anni più duri del risanamento. Adesso – anche al fine dello sviluppo generale dell’Italia – devono essere posti nelle condizioni di rispondere alle domande delle rispettive comunità, garantendo quei servizi essenziali che sono condizione di piena cittadinanza e irrobustendo la capacità di autogoverno dei territori.
 
L’Assemblea Costituente discusse su quale termine potesse esprimere meglio il ruolo originale e propulsivo dei Comuni nel sistema delle democrazie del nostro Paese. Un deputato propose “enti autarchici territoriali” per ribaltare l’ideologia statalista e autoritaria del fascismo, usando la sua stessa terminologia. Fu Meuccio Ruini a contrastare questa definizione, rilanciando il termine “autonomia”, parola che ha radici profonde nella storia nazionale: “Autarchia – disse Ruini – è meno di autonomia. V’è un significato nelle leggi e nelle tradizioni che rimane fermo”.
 
Autonomia, infatti – aggiungo – non indica soltanto libertà, pluralismo, autogoverno. Autonomia contiene la capacità di relazione, la responsabilità di fare rete, di dialogare e cooperare. Un sistema di autonomie non è un insieme di cellule non comunicanti. Anche per questo, per rendere più efficiente il pluralismo delle nostre istituzioni, si avverte oggi il bisogno di ricomporre – con il più ampio consenso possibile – il quadro e la disciplina degli enti locali, delle Città metropolitane e delle Province. Nel momento in cui si discute – com’è necessario – dell’autonomia differenziata delle Regioni e delle garanzie di unità nazionale e di solidarietà tra territori, è indispensabile risolvere il tema del riordino degli enti più vicini ai cittadini, ai loro bisogni ed esigenze, ai loro servizi essenziali.
 
Oggi l’autonomia passa da un rinnovato equilibrio della finanza locale, e dalla possibilità di disporre di personale adeguato e motivato. Naturalmente, ogni amministratore deve sentirsi costantemente obbligato al rispetto del vincolo di sana e corretta gestione, che eviti di scaricare su altre istituzioni, o sulle future generazioni, il peso di scelte sbagliate o di colpevoli inerzie. La buona amministrazione resta una virtù pubblica, che non rimanda solo a regole contabili, ma influisce sulle stesse responsabilità di sviluppo di ogni comunità e della sua autonomia.
 
Tuttavia nel garantire, o nel riattivare, il circuito virtuoso della finanza locale, la responsabilità dello Stato centrale non è secondaria. È necessario superare blocchi e irragionevoli rigidità – nelle facoltà di spesa dei Comuni come nelle assunzioni – che talvolta possono provocare criticità finanziarie e paralisi gestionali.
 
Poc’anzi, il Presidente Decaro ci ha raffigurato qualche apologo – qualcuno autentico, qualcuno fantasioso – ma che rende bene l’idea di come vi siano impacci, blocchi, rigidità che vanno rimossi perché sono un impaccio non soltanto per i Comuni ma per l’intero Paese.
 
Sembra che il confronto con il Governo abbia prodotto già alcuni esiti condivisi, e sui nodi non ancora risolti è bene che il dialogo prosegua con l’obiettivo di avviare comunque un processo positivo. Come, ad esempio, sull’opportunità di rinegoziare alcuni mutui contratti anni addietro e di riorganizzare – dove possibile – il debito di Comuni e Città metropolitane.
 
I Comuni possono contribuire alla ripresa, dopo la lunga crisi e la stagione di bassa crescita. Se il rilancio degli investimenti è uno dei vettori più importanti, i Comuni dispongono di leve tra le più preziose. Queste leve vanno azionate anche nei Comuni. Migliaia di opere piccole e medie possono comporre un importante volano, economico e sociale, e la disponibilità di finanziamenti deve ora accelerare lo sblocco e i tempi di avvio, a livello centrale e a livello di enti locali. È questo uno dei risultati del vostro confronto con il governo: a sindaci, amministratori, funzionari pubblici è chiesto adesso di non sottrarsi ai propri compiti, di fare con impegno la propria parte. Lo chiediamo – lo chiedo anch’io – allo Stato centrale; lo chiediamo alle Regioni; lo chiediamo anche ai Comuni e alle Province.
 
Esiste, quindi, un circuito virtuoso da rigenerare. Per riuscirci è necessario che torni ad essere pienamente apprezzato il valore dell’impegno civico nei Comuni, sotto ogni profilo.
 
Non compete a me entrare in tematiche che attengono alle scelte legislative. Questo a me è precluso. Ma l’esigenza di esprimere in maniera adeguata, e con formule adeguate, dignità e rispetto del valore dei sindaci, è assolutamente necessario nel nostro Paese.
 
Mi unisco a tutti voi nel ricordo del Sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini, che dopo l’esplosione e l’incendio ha lasciato per ultimo la sua “nave”, sacrificando con questa scelta di responsabilità la propria vita.
 
Esprimo qui, come ho più volte fatto, la mia vicinanza e solidarietà a tutti i sindaci e amministratori che sono fatti oggetto di intimidazioni e minacce, le quali, talvolta, non risparmiano neppure i loro familiari. Davanti a ogni forma di violenza e di illegalità, la risposta della Repubblica non può che essere determinata, unitaria e inflessibile. Solo così, del resto, si risponde al bisogno di sicurezza dei cittadini.
 
Anche la solidarietà contribuisce alla sicurezza. Solidarietà concreta, tangibile, che sa rispondere con la condivisione ai bisogni di ogni giorno e alle emergenze.
 
Oggi il senso di questo impegno si rivolge a Venezia, che ha vissuto e vive ore di angoscia e di sconforto, che sta reagendo ai disastri provocati dall’acqua, anzitutto con le qualità e l’energia della sua gente. Non dobbiamo lasciare soli i veneziani, anzitutto nel lavoro di recupero e di riorganizzazione della vita civile, e poi nel completamento delle opere per mettere in sicurezza una realtà tra le più belle e ammirate del mondo intero. Blocchi e ritardi non sono ulteriormente accettabili.
 
Solidarietà a Matera e a tutti quegli altri Comuni che hanno subito in questi ultimi giorni la durezza delle intemperie e del maltempo. E sono molti i Comuni che hanno subito danni di particolare gravità.
 
Solidarietà fattiva va confermata nei confronti di Genova e dei suoi cittadini, che hanno il diritto di vedere nel nuovo ponte il simbolo di un rilancio della città e del suo tessuto economico, così importante per tutto il Paese.
 
Cosi come va ribadita la solidarietà per i Comuni del Centro-Italia colpiti dal terremoto. Il lavoro di ricostruzione è faticoso, e purtroppo presenta lacune e lentezze. Non si tratta soltanto di ricostruire edifici, pur importantissimi. Il tempo incalza e preme perché occorre evitare che si disperdano le comunità.
 
Vicinanza a Taranto, investita, in questi giorni, da una grave questione, la cui soluzione è prioritaria, di primaria importanza per l’economia e per il lavoro dell’Italia.
 
In questa città che ci ospita, Guido d’Arezzo definì, mille anni fa, un nuovo linguaggio della musica. Anche noi attraversiamo tempi in cui cambiano, rapidamente, molti paradigmi. Si sente il bisogno di nuovi linguaggi, capaci di comunicare insieme significati antichi e moderni.
 
Taluno dice che anche le democrazie vivono in affanno. Si è sempre detto. In realtà non è così. Ma quello che è importante è che sempre i Comuni restano componenti fondamentali della loro struttura portante. La loro vitalità è condizione della vitalità dell’intera Repubblica, della nostra democrazia. E possono essere, i Comuni, – devono essere – motore di un rinnovato senso civico.
 
La mia speranza, per concludere, è che i Comuni diventino battistrada di una stagione nuova di sviluppo del nostro Paese. Lo possono fare.
 
Buona assemblea! Auguri!

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