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DISCORSO DI ALDO MORO SULLA QUESTIONE MEDIORIENTALE (1970)

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Dagli scritti e dai discorsi del quadriennio 1969-73: riportiamo l'intervento al Senato del 5 maggio 1970 sull'annosa crisi israelo-palestinese.


In questo delicato momento per la pace nel Mediterraneo, mentre l'Italia è alle prese con una condizione di stallo politico che ne preclude anche la presa di posizione diplomatica sugli avvenimenti internazionali (semmai la sua posizione avesse un peso, ma c'è da dubitarne), riproponiamo un intervento di Aldo Moro pronunciato 48 anni fa in qualità di Ministro degli Esteri sulla crisi in Medio Oriente. Con una serie di dichiarazioni mirate, infatti, egli sostenne la necessità di una mediazione tra le parti (palestinesi e israeliani) perché giungessero ad un accordo che prevedesse il riconoscimento reciproco dei due stati e la condanna, a prescindere, dell'uso delle armi. Oltre che in continuità con le posizioni italiane del periodo, fu un intervento precursore, il quale si conformerebbe benissimo, salvo i nuovi avvenimenti, alla situazione sviluppatasi in questo terzo millennio. Ci sono state altre guerre, certo, ma sostanzialmente, le crisi di allora potrebbero essere associate a quelle odierne, specie se si pensa che i problemi sono rimasti identici e si sono (purtroppo) ancor più radicati nel tempo. Ecco un ampio stralcio del discorso dello statista pugliese:
«[...] Stessa preoccupazione, stesso stato d'animo, le stesse direttive di fondo sono rivolte all'esame di altre crisi che interessano settori forse più sensibili – e comunque più vicini all'Italia – come quello del Medio Oriente.
Sono comprensibili le apprensioni degli onorevoli interroganti circa l'aggravamento della situazione nel Mediterraneo per l'acuirsi del conflitto arabo-israeliano. E' convinzione che la sua soluzione non può essere trovata sul piano militare, ma su quello politico, e si sostiene l'urgenza di dare integrale applicazione alla Risoluzione delle Nazioni Unite del 22 novembre 1967 (tra i suoi punti basilari e facendo riferimento al diritto internazionale, questa sosteneva l'impossibilità dell'acquisizione territoriale mediante l'uso della forza stabilendo altresì le condizioni necessarie per il raggiungimento di una pace "giusta e duratura" nella regione: il ritiro militare israeliano ed il reciproco riconoscimento tra gli stati). Di conseguenza si apprezzano gli sforzi dei quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza per superare gli ostacoli che hanno sin qui impedito di tradurre in atto la risoluzione stessa. [...] Sono state adottate le iniziative adatte per cercare di diminuire la tensione, favorire la comprensione e facilitare la concertazione in corso fra le quattro potenze. Tali iniziative, pur essendo state assunte in tempi separati, hanno carattere globale e rispondono a un unico principio e cioè di porre un freno all'inquietante spiralizzazione del conflitto. Esse consistono nella proposta di istituire un controllo selettivo, ad opera delle Nazioni unite, sulle forniture degli armamenti, nella convinzione che il continuo e indiscriminato afflusso di essi, tecnicamente sempre più avanzati, determina corrispondenti richieste dell'altro belligerante. Si finisce per così dare incentivo ed alimento ai combattimenti in corso.
L'altra iniziativa concerne il ripristino del "cessate il fuoco", condizione essenziale, oltre che per evitare nuovi lutti, per spianare la strada all'applicazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Questa proposta è stata accompagnata dalla richiesta di uno scrupoloso rispetto, in conformità dei principi di diritto internazionale, dello "status" dei territori occupati che deve restare inalterato. [...] Richiamare l'attenzione sul problema umano e politico costituito dai rifugiati, che da troppi anni attende una giusta soluzione».

Da rimarcare che durante gli anni Sessanta e Settanta, l'impegno italiano circa le relazioni mediterranee fu assiduo, e senza dubbio – in virtù dei buoni rapporti d'amicizia e di interscambio instaurati con buona parte delle amministrazioni arabe del tempo – assunse un importante ruolo di intercessione per mantenere la pace nelle zone più calde della regione (si ricordi la lunghissima e ancora attuale campagna di peace-keeping libanese). Oggi, anno 2018, non è più così, e la Farnesina alterna costantemente (certo, va considerata la precarietà delle ultime legislature, alternatesi tra crisi politiche e l'insediamento di esecutivi "tecnici") dichiarazioni atte a glissare sull'uso spropositato della forza da parte degli israeliani, la necessità di insediare due stati e a contestare ai palestinesi il fatto di consentire l'infiltrazione di cellule terroristiche. Ne è testimone il recente e decaduto Ministero-Renzi, il quale, più che condannare l'uccisione di minorenni e civili, ha espresso in primo luogo la sua solidarietà alla causa israeliana.
Attualmente la situazione è cambiata, soprattutto in relazione all'arrivo alla Casa Bianca di Trump e alle politiche dell'ultimo governo eletto di Tel Aviv, costituito dalla soverchiante presenza di coloni e integralisti. Sta prevalendo la forza, e i falchi israeliani e statunitensi – a fronte di un rinnovato sodalizio che forse non ha precedenti nella storia dei due paesi – stanno contribuendo a provocare una grave crisi politica e diplomatica; ma in primo luogo, rimangono impassibili di fronte alle emergenze umanitarie aggravate dalla reiterata militarizzazione dell'area mediorientale che impedisce l'invio di soccorsi, medicinali ed elettricità nei Territori.
Moro fece inoltre riferimento al problema dei rifugiati e alla loro tutela: quale miglior auspicio, il suo, potrebbe essere rivolto anche oggi alla comunità internazionale per fronteggiare le gravi difficoltà dei fuoriusciti siriani? Anche su questo argomento, da mesi, il silenzio assordante della Farnesina.

MARCO GIULIANI

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