CDC - Centro di Documentazione e Studi dei Comuni Italiani

Il pensiero di Ruffilli più vivo che mai

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di David Sassoli

Era giusto trovare uno spazio per ricordare anche a Roma Roberto Ruffilli a trent'anni dalla morte e riflettere sull'opera e le attività di un intellettuale, un politico - "dilettante" come lui stesso si definiva con un vezzo da cattedratico - impegnato in quel particolare mondo cattolico democratico che ha dato molte riserve alla politica e alla Repubblica.

Lo abbiamo conosciuto quando ancora non era senatore, un giovane senatore, e con un gruppo amici siamo diventati la sua famiglia romana e l'abbiamo accompagnato nelle sue iniziative e responsabilità.

Lo abbiamo anche accompagnato in motocicletta nei quartieri romani che lui non conosceva, durante le sue campagne elettorali dove la sapienza del docente faticava a incrociare gli umori del popolo democristiano. Lui parlava di riforme e molti non capivano perché fossero così necessarie. Ricordo una bellissima assemblea alla Borghesiana. Arrivammo in moto e già questo creò stupore: ma come, uno che vuole fare il senatore gira in moto e pure col casco? Sacralità del ruolo violata ante litteram... Ci ridemmo per molto tempo. Poi la gente lo conosceva, ci parlava - anche perché per timidezza non riusciva a venir via - e restava affascinata dalla sua semplicità. Roberto Ruffilli era davvero un uomo buono. Ma la scelta di candidare Bobo non fu un fatto di puro reclutamento elettorale. Nella geografia politica romana fu un evento rivoluzionario, perché molti collegi vennero requisiti dalla segreteria nazionale e destinati ad intellettuali, non a star delle cinema, della tv o del calcio. Ed erano nomi forti, nomi che dividevano, come Scoppola e Lipari che costituivano insieme a Ruffilli una pattuglia avanzata del mondo cattolico. Non vennero scelti uomini famosi, ma uomini utili. Gli andreottiani, ma non solo, non la presero bene. Non tanto per l'immissione sulla piazza romana di estranei, ma soprattutto perché si trattava di personalità che già da tempo camminavano insieme, e insieme erano partiti partecipando al Comitato dei cattolici per il No al referendum sul divorzio, un'esperienza che vide la prima fila del mondo cattolico interrogarsi sulla natura dello Stato, la funzione dei partiti, il ruolo dei cattolici, la laicità e la fedeltà ai valori religiosi. Accanto ai laici, come Scoppola, Brezzi, Carniti, Macario anche religiosi dall'alto magistero profetico come fratel Carlo Carretto. Fu in primo grande gesto collettivo della rottura dell'unità politica dei cattolici che dal '68 in poi aveva cominciato a scricchiolare. Ruffilli fu uno dei pochi a Forlì ad aderire al Comitato per il No. Un esperienza che si trasformò vinto il referendum, quasi naturalmente, nella costituzione della Lega Democratica, un cenacolo di cattolici democratici che avrebbe per un decennio incalzato la Dc, ma non solo, sui temi del rinnovamento della politica, delle riforme e della ricerca di un assetto più avanzato che accompagnasse la strategia morotea del confronto con il Partito comunista. La partecipazione di Ruffilli è costante, così come la sua presenza sulla rivista "Appunti di cultura e politica", più che diretta, animata dall'indimenticabile Paolo Giuntella, per Bobo un grande amico per me un fratello maggiore.
Ruffilli, come ricorderà il suo amico prof. Pierangelo Schiera, entrò in contatto naturalmente con quell'ambiente intellettuale. Era un cattolico conciliare ed era direttore del Collegio Augustinianum della Cattolica di Milano. Vi aveva vissuto da studente e negli anni della contestazione ne divenne direttore. Una grana, in quel tempo assai turbolento dalle parti della Cattolica... Accettò l'invito del reattore Giuseppe Lazzati per spirito di servizio e per riconoscenza anche, nei confronti di una istituzione che lo aveva accolto, gli aveva permesso di formarsi e consentito di avviarsi verso gli studi storico-politici.

Nella sua formazione si sviluppa molto presto un tratto della sua personalità intellettuale, che ritroveremo anche negli anni della maturità: lo sforzo di riuscire a coniugare la ricerca con la concretezza; coniugare l'ambito teorico con gli ambiti in cui si sviluppa la vita delle persone e del territorio. Vanno in questa direzione gli studi sui distretti amministrativi nello Stato pontificio dopo la rivoluzione francese; e lo stesso spirito ritroviamo nelle sue riflessioni sull'attuazione delle Regioni. Roberto era uno specialista in questo campo perché giovanissimo si era formato con il prof Miglio all'Isap, l'Istituto per la Scienza dell'Amministrazione pubblica. Si era occupato degli Stati pre unitari - in particolare dello Stato pontificio, appunto -, si era applicato negli studi sull'Unificazione e poi si era concentrato sull'irrisolta questione dell'ordinamento regionale con un testo del 1971 diventato un classico della materia ("La questione regionale in Italia 1862-1942").

Ricerca e politica, nel senso dell'organizzazione del territorio e della popolazione. Potremmo aggiungere molte osservazioni e citazioni dei suoi lavori, ma diciamo sinteticamente che la storia delle istituzioni politiche conduce Ruffilli in una riflessione molto sofisticata e profonda, in cui ricerca, metodologia, teoria e politica vanno al cuore della questione delle questioni: la crisi della Stato moderno.
E cioè, la crisi "di quell'organizzazione peculiare del potere - cito Ruffilli - emersa in Europa attorno al 1500, perfezionata dalle rivoluzioni Sette-Ottocentesche e divenuta perno della modernizzazione". La crisi dello Stato - spiega bene il prof. Schiera - significa che esso ha perduto o va perdendo la pretesa e la possibilità di essere al centro della decisione sovrana. La crisi italiana, per Ruffilli, risale al periodo a cavallo fra '800 e '900 e via via ha visto affermarsi una crescente compenetrazione fra Stato e società civile con la nascita di nuovi soggetti che impongono un costante conflitto fra "democrazia plebiscitaria" e "democrazia pluralista".

Eravamo nel 1979 quando Bobo pubblica il suo lavoro più acuto: "Crisi dello Stato e storiografia contemporanea" (ed Il Mulino).
Ma quanta profezia c'era guardando trent'anni dopo il panorama europeo. Il tema è all'ordine del giorno, di strettissima attualità. Gli intellettuali, d'altronde, servono a costringerci a guardare la luna....

Queste brevi osservazioni non devono però trarci in inganno e a pensare che Ruffilli sia rimasto chiuso nella sua riflessione accademica. Il bello viene dopo... perché questa sua intuizione, da uomo concreto, lo porta a riflettere su come riconciliare la persona con la sua comunità, in un sistema bloccato come quello italiano, in cui i segni di forte disaffezione erano già presenti nell'opinione pubblica alla fine degli anni Settanta. Non c'era più Aldo Moro e la classe politica non se ne accorgeva. O si fa la rivoluzione, diceva Bobo, o si fanno le riforme. Serviva riallacciare i fili di un discorso interrotto se non si voleva trasformare la crisi politica in crisi del sistema. Da dove ripartire? Ruffilli ricomincia dalla Costituzione italiana, a cui dedicherà un poderoso studio. È da lì che occorre ripartire per "portare ad uno stato di accettabile coerenza", come avrebbe detto il professor Vittorio Bachelet, gli istituti vecchi e nuovi alla luce dei principi costituzionali. I professori cattolici hanno sempre dato un contributo originale a questo sforzo di declinare gli interessi di giustizia, libertà e uguaglianza... Ecco perché non parliamo di cose astratte. La crisi dello Stato impone di rimettere al centro la persona e i suoi diritti. E la Costituzione ci consente di ripartire dal primato della persona in relazione all'ordinamento. La crisi dello Stato moderno potrà trovare così equilibri nuovi in un paese - e qui Ruffilli citava spesso Gramsci - dove più che altrove lo Stato si propone fragile per lo scarso consenso conquistato nel paese dallo Stato unitario.

Il cittadino come arbitro, il suo libro più famoso, non nasce a caso. Riassume una riflessione partita da lontano e arriva alla scelta di riforme che consentano di riconsegnare al cittadino quel potere che dagli anni della Costituente gli era stato sottratto, per ragioni storiche, politiche e geopolitiche. Ruffilli individua un percorso e questa intuizione all'epoca sembrava audace: spostare la partecipazione dai partiti al governo. Con lui che nasce il primato della governabilità. Far scegliere il governo è un modo per riconciliare i cittadini alla politica, per recuperare la disaffezione, per superare la partitocrazia, per invitare alla partecipazione. Ce n'è abbastanza per sfidare i partiti e le classi dirigenti dell'epoca, molto interessate più ad acconciarsi che a trovare risposte per proteggere un sistema democratico alquanto sofferente. La sfida ai partiti, in un sistema molto partitocratico, è lanciata. Ed è così che la questione elettorale entra fra gli interessi di Ruffilli e la sua proposta è ancora una volta di stretta attualità: passare da una democrazia possibile, come era stata garantita fino ad allora, al governo possibile. Perché è il governo che deve essere scelto, e perché la scelta del governo consente di trasformare i partiti, di aggiungere partecipazione, di ammodernare la macchina amministrativa, di garantire il bene comune. Non sono belle parole, sono quello di cui soffre il paese in queste ore in cui sentiamo quanto sia necessario e urgente investire sulla responsabilità di tutti i soggetti che partecipano alla vita dello Stato. E il tema della responsabilità e del pluralismo sono la costante delle proposte di riforma avanzate da Roberto Ruffilli, seguendo una linea ben presente nella migliore tradizione cattolico democratica. Abbiamo citato Bachelet, potremmo citare Dossetti, Lazzati, Ardigò, Elia, Aldo Moro. Ruffilli è in questa foto di famiglia. Sappiamo come è andata e sappiamo come ci troviamo 30 anni dopo. Restano però intuizioni importanti e ancora attuali. E poi resta la testimonianza.

Se Miglio scelse la Lega, Ruffilli scelse la Lega democratica... E con quel cenacolo dell'elite cattolica partecipò all'assemblea degli esterni, all'elaborazione del programma della segreteria De Mita, con Romano Prodi e Leopoldo Elia, e accettò di sporcarsi le mani con la politica.

So bene che ogni passaggio dell'impegno intellettuale e politico di Roberto qui accennato dovrebbe essere approfondito e anche discusso. Mi scuso per questo. Ma ci tenevo a dare rilievo e anche a giustificare un'affermazione che in questi 30 anni mi è sempre tornata in mente ricordando Roberto. È quella con cui i suoi assassini definiscono Ruffilli nel comunicato di rivendicazione dell'omicidio. E cioè di aver ucciso un "vero e proprio cervello politico". Non so come i brigatisti condannati per l'omicidio potessero nel loro delirio e diciamolo nella loro ignoranza percepire il valore della riflessione di Roberto.
La sera dell'omicidio saremmo dovuti andare a cena, insieme a Paolo Giuntella, a Massimo e altri amici... capitava spessissimo, ma il giorno prima ci telefonò dicendo che al Senato aveva finito e sarebbe tornato a Forlì. Dovevano controllarlo ben bene per conoscere anche le variazioni della sua agenda. È probabile, come è probabile che qualcun altro valutasse il suo grado di riflessione e di influenza. Aveva 51 anni quando lo hanno ucciso.

Non era una star, non si può dire fosse un leader, non sarebbe entrato nel governo De Mita che si andava formando in quei giorni, ma si può dire con certezza che il sistema voleva correggerlo e la sua riflessione, mai banale, per tanti ambienti che alla fine degli anni '80 scommettevamo sulla crisi e non sulle riforme era un punto di grande contraddizione.

Cosa sarebbe accaduto di lì a poco ci è chiaro. Ma cosa sarebbe accaduto se un processo di riforme dello Stato fosse riuscito a fermare il declino ? La storia non si fa con i se, ma i "ma" in questo caso sono concessi. Un omicidio, come era già accaduto con Moro dieci anni prima in modi e forme diverse, può certo limitarsi a colpire un uomo, ma può anche fermare un processo politico. È quello che è avvenuto.

A noi resta il rimpianto per aver perso un maestro e un amico; al paese, il rimpianto di non aver ancora fatto i conti con intuizioni che lo avrebbero aiutato ad essere più efficiente, democratico e anche più giusto.

 

Ultima modifica il Lunedì, 16 Aprile 2018 10:12
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