CDC - Centro di Documentazione e Studi dei Comuni Italiani

29 Mag 2015 10:00

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LibrinComune - le Città fallite

Il Centro Documentazione e Studi Comuni Italiani organizza per venerdì 29 maggio presso la Fondazione iFEL, la presentazione del volume "Le città fallite" I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano di Paolo Berdini. L'evento sarà visibile in diretta streaming sul sito del  Centro Documentazione con la collaborazione di Radio Città Futura.

Di seguito riportiamo, a beneficio dei nostri lettori, una scheda illustrativa:

Paolo Berdini in questo libro pone l'accento sui clamorosi fatti che hanno portato alla deriva le città italiane. Una disamina storica che parte dagli anni '60, con i primi governi di centrosinistra, dove "la legge che forse interpreta meglio il clima culturale dell'epoca è il provvedimento che stabilisce il principio degli standard urbanistici, e cioè il diritto di ogni cittadino italiano ad avere a disposizione una superficie minima di territorio su cui realizzare i servizi di cittadinanza: l'istruzione, il verde, i servizi alla persona" fino ad arrivare ai giorni nostri, dove protagonista è l'economia finanziaria neoliberista, per mezzo della quale "i territori e le case hanno perduto ogni connotazione sociale per diventare esclusivi oggetti economici dominati da flussi di investimento che prescindono dalla specificità dei luoghi e dai bisogni della popolazione".
L'autore scardina, pagina dopo pagina, le cause del deficit del nostro Paese.
Quella che viene definita «città pubblica», ovvero la città «servente» al bisogno umano di incontrarsi e di vivere in comunità, non esiste più. L'urbanistica, la cui funzione è quella di garantire i diritti dell'uomo, e, con questi, il decoro e la bellezza dei nostri paesaggi, viene barattata con un nuovo <> promosso dalla cultura liberista, i cui principi sono: "l'attacco alle case delle famiglie italiane; la perpetuazione dello sperpero di denaro pubblico in grandi opere inutili; la svendita del patrimonio immobiliare statale; la definitiva cancellazione del welfare urbano". (p. 21)
L'indagine di Berdini si apre con Tangentopoli, contrassegnata dall'affermazione del principio dell'«urbanistica contrattata» e dall'invenzione dei «Consorzi di imprese», che si dividono gli appalti delle grandi opere pubbliche, passando per la «Legge obiettivo», che prevede uno stanziamento di 110 miliardi in tre anni per la costruzione del «ponte sullo Stretto di Messina», uno dei più grandi scempi ambientali, per arrivare allo <> di Renzi, che fa prevalere l'interesse alla costruzione delle «grandi opere» sulla tutela del paesaggio, dei beni artistici e storici, della salute e dell'incolumità pubblica (pp. 53-73), senza tralasciare il legame tra speculazione immobiliare e malavita organizzata (pp. 93-103).
Si assiste alla totale cancellazione delle regole urbanistiche e, successivamente, al completo fallimento delle politiche neoliberiste.
Roma ha accumulato 22 miliardi di euro di deficit ed è una città praticamente in rovina. Alessandria è stata dichiarata in defoult per un debito di 200 milioni. Parma ha un buco di bilancio di 850 milioni. Napoli è in stato di pre-dissesto. L'Aquila è ancora un cumulo di macerie, perché la ricostruzione non ha sovvenzioni adeguate (pp. 27-51). La finanza internazionale continua a pretendere di costruire per massimizzare i profitti, le città si espandono ma non si prevedono le risorse per garantire il loro normale funzionamento. "Le città del neoliberismo diventano sempre più grandi ed ingiuste, perché l'economia dominante ha smesso di investire sulla città e sui territori. È un passaggio inedito: le classi dirigenti delle città hanno sempre investito nella bellezza, nel decoro, nella creazione di servizi. Il dominio dell'economia globalizzata ha posto fine a questo processo e il welfare urbano sta scomparendo. Non ci sono i soldi, ci dicono, anche se molte grandi opere costano alla collettività somme assai più grandi di quelle necessarie a migliorare le città. Non mancano dunque i soldi: tale processo è la conseguenza di precise scelte" (p. 6).
Naturalmente l'autore, dopo aver posto sotto la lente di ingrandimento le cause, si sofferma sulle possibili soluzioni per tirar fuori dalla crisi i comuni italiani. Bisogna partire dal basso, dalle associazioni e dai comitati. Si tratta di applicare il principio di «partecipazione popolare», previsto dalla nostra Costituzione, e in particolare dall'art. 118, secondo il quale i cittadini, singoli o associati, possono svolgere attività di interesse generale, secondo il principio di sussidiarietà. La Costituzione rappresenta il baluardo contro l'offensiva neoliberista, ormai in crisi. L'art. 3, comma 2, sancisce che <<è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese>>. Tutti i provvedimenti, quindi, che prevedano la vendita ai privati, al solo fine di fare cassa, di beni dello Stato e degli altri enti territoriali, e cioè dei beni che appartengono alla proprietà collettiva del popolo a titolo di sovranità sono costituzionalmente illegittimi. Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell'Italia <> (pp. 137-155).
" Se fermiamo la macchina dell'espansione urbana che ci indebita sempre di più e se colpiamo una volta per tutte la rendita parassitaria, se insomma torniamo a interessarci della città esistente e non più della folle politica di espansione che non ha più ragione di esistere , allora le aziende sane che in questi anni hanno resistito alla crisi potranno riprendere, insieme a quelle di nuova formazione, a guardare al futuro con nuova fiducia...Bisogna recuperare una visione di lungo periodo. La finanza internazionale gioca le sue carte sull'istante, guadagna ricchezze colossali in pochi secondi. Le città per loro natura sono invece i luoghi in cui si costruisce un futuro migliore per le prossime generazioni. Dobbiamo tornare a questa concezione di prospettiva lungimirante che solo la città pubblica è in grado di garantire>>. Bisogna, dunque, ricostruirla!
Nella cerimonia di inaugurazione dello stabilimento realizzato a Pozzuoli, Adriano Olivetti affermava:
La fabbrica di Ivrea pur agendo in un mezzo economico ed accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni alla elevazione materiale, culturale e sociale del luogo in cui fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova dove non ci sia più differenza sostanziale di fini tra protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta. La nostra società crede nei valori spirituali.
"Queste sono le radici del percorso dialettico della vita delle città che ha fatto nascere la straordinaria rete del welfare urbano di cui abbiamo goduto per molti decenni". 

di Valeria Corsetti

 

 

 

Ultima modifica il Venerdì, 29 Maggio 2015 15:41

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