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Un Nobel all' "inquietudine e al male di vivere": Eugenio Montale

UN NOBEL ALL'INQUIETUDINE E AL "MALE DI VIVERE": EUGENIO MONTALE

Il clima di inquietudine e di tensione durante il quale crebbe il fanciullo Montale si traspose evidentemente nella lirica del poeta, che arricchì dell'esperienza vissuta in età matura, un altrettanto travagliato periodo di guerre e ricostruzioni, ma anche di relativo benessere.


Eugenio nacque a Genova nel 1896, quando l'Italia affrontò il doloroso passaggio della transizione post-unitaria alla ricerca di una stabilità politica e sociale che non riuscì ad acquisire neanche all'inizio del XX secolo. Nonostante abbia vissuto quasi per intero il Novecento, la sua opera fu condizionata in maniera indelebile dai tormenti vissuti negli anni della giovinezza e che trascinò dietro sé per il resto della vita. Effettuati gli studi superiori con indirizzo tecnico, fu chiamato alle armi nel 1917 (appena ventunenne) come sottotenente e prese parte alla Grande Guerra, provando sulla sua persona tutto il dolore che il conflitto provocò alla popolazione ed al paese. Nel 1920 a Torino conobbe Piero Gobetti, con cui collaborò per alcune pubblicazioni. Fu lo stesso Gobetti che nel 1925 pubblicò il primo Ossi di Seppia, celebre raccolta di poesie del poeta ligure e divenuta icona letteraria della scuola italiana. Testo diviso in varie sezioni, i suoi contenuti rivelano già l'impostazione caratteristica della sua lirica: emerge infatti il lato sofferente della vita, rappresentato da un simbolismo decadente che risalta in maniera immediata. Un'esistenza dura, inquieta, metaforicamente negativa, nella quale vengono evidenziati i relitti ed i residui che questa restituisce ("...in questi silenzi in cui le cose s'abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto....la pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta il tedio inverno sulle case, la luce si fa avara – amara l'anima...") al mittente. Ne è l'esempio I limoni, un classico della metrica montaliana, spesso caratterizzata dall'uso di versi più lunghi dell'endecasillabo e dall'arida immagine riferita a luoghi privi di certezze e gratificazioni.
Dopo aver rifiutato la tessera del Pnf ed aver aderito a Il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce (1925 – 26), il regime lo prese sott'occhio e gli vietò di fatto di ricoprire incarichi accademici e pubblici, il che diminuì molto le sue potenziali fonti di guadagno. Nel 1932 esce la prima versione de Le occasioni, raccolta pubblicata dalla casa editrice Vallecchi di Firenze. In questa seconda opera – anche questa molto famosa al pubblico – "il male di vivere" diviene filosofia incontestabile ed elemento centrale della lirica del poeta, nella quale continua a manifestarsi lo stretto rapporto della tematica sintattica con le cose comuni e gli oggetti che egli contempla. Così, "La bufera che sgronda sulle foglie dure della magnolia i lunghi tuoni marzolini e la grandine" (La bufera e altro) si fa linguaggio convenzionale ed allo stesso tempo tormento personale riflesso da ciò che il poeta osserva e dagli eventi naturali a cui assiste, spesso cupi e disagevoli. La complessità dei versi esistenzialisti di Montale contrasta con una simbologia che la critica a suo tempo definì pascoliana, ma risultata in modo assoluto più aulica nelle sue forme e nella sua struttura. Tradizione e neorealismo interagiscono simultaneamente mediante un linguaggio ragionato ("...i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati : bossi ligustri o acanti...le viuzze che seguono i ciglioni, discendono tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni") e in apparenza – data la semplicità e la frequenza delle rime sciolte – antidannunziano.
Durante la seconda guerra mondiale collabora con alcune riviste sino al 1948, anno del suo trasferimento da Firenze a Milano e dell'inizio del rapporto di lavoro con Il Corriere della Sera, per il quale svolge mansioni di corrispondente e critico musicale. Approfondisce i suoi studi su Dante e nel 1956 Il Corriere ne pubblica la prosa Farfalla di Dinard, costituita da una serie di racconti popolari in cui lo stesso scrittore, tra una storia e l'altra, narra di una farfallina che lo andava a trovare ogni giorno al momento del caffè. Mondadori ripropone la seconda versione aggiornata nel 1960. Nel 1966 ultima Xenia, una raccolta di versi dedicati alla moglie Drusilla che muore nel '63 e che Mondadori edita nel 1971 in Satura, una delle opere più recenti di Montale, nel frattempo diventato famoso e letto dal grande pubblico. Riceve in brevissimo tempo i massimi riconoscimenti ufficiali : ben tre lauree honoris causa (Università di Milano, 1961, Università di Cambridge, 1967, La Sapienza di Roma nel 1974), la nomina a Senatore a Vita (1967) ed infine il Premio Nobel alla Letteratura (1975). Intanto, esce un'altra sua silloge poetica dal titolo Diario del '71 e del'72, pubblicata ancora da Mondadori, composta da 90 liriche in sequenza e priva di sezioni divisive. Durante la vecchiaia, Montale diviene più asciutto e meno complesso da decifrare, ma probabilmente più critico verso il mondo e la società che circonda. Celebre fu la sua polemica con Pier Paolo Pasolini, che rimproverò per via della sua retorica antifascista postuma e che accusò di aver lucrato sulla situazione di benessere vissuta dal paese durante gli anni della ricostruzione e del boom economico.
La parabola finale della carriera letteraria del Montale comprende una certa rivisitazione del suo stile, con chiare prese di posizione sulla società contemporanea e l'accantonamento della cruda poetica che lo contraddistinse per più di un cinquantennio. Tra i suoi ultimi lavori, alcune traduzioni di Shakespeare e Joyce. Ammalatosi gravemente, morì nel 1981 a Milano. Continuò tuttavia per tutto il Novecento ad essere uno degli scrittori più attrattivi e più utilizzati dagli insegnanti di lettere della scuola primaria e secondaria. In seguito vennero pubblicate diverse sue opere postume (tra cui alcuni inediti relativi alla sua giovinezza) e parte del materiale epistolario che comprende anche uno scambio col suo amico Italo Svevo.

MARCO GIULIANI

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