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1898. SCANDALI FINANZIARI, BILANCIO STATALE E TASSE : SCOPPIA LA RIVOLTA DEL PANE

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120 anni fa, in Italia, una delle crisi politiche e sociali più significative dell'età contemporanea. A MIlano gli episodi più gravi.

Prima del Natale, con una certa enfasi, l'allora Ministro del Tesoro Luigi Luzzatti aveva presentato i conti di fine anno 1897, ed era un bilancio apparentemente sano. Salvo un grosso taglio della spesa pubblica, alcuni decreti "salvabanche" (locuzione oggi molto in voga) e l'apposizione di una serie di tasse e dazi doganali non sostenibili, almeno per le fasce sociali più deboli.

 

A seguito del malcontento popolare, che per l'ordine pubblico iniziava ad assumere proporzioni preoccupanti, il governo Di Rudinì – anziché apporre nuove misure rivolte a risollevare le condizioni di vita di milioni di cittadini – ad inizio 1898 impose nuove imposte anche sul mercato del grano, cosa che trasformò le proteste in aperta sommossa. Disoccupazione, salari da fame e prezzo del pane in aumento: ebbero luogo scioperi e disordini, scontri con le forze dell'ordine e la erezione di barricate in diversi centri cittadini settentrionali. Epicentro delle agitazioni fu Milano, dove da gennaio gli operai delle fabbriche stavano organizzando delle manifestazioni antigovernative il cui fine era la richiesta di una politica fiscale più equa e meno sbilanciata a favore delle spese militari e a risanare i debiti delle banche nazionali insolventi. Di fatto, si trascinavano ancora le ripercussioni dei recenti scandali finanziari che avevano visto lo Stato concedere lauti fidi agli istituti di credito in perdita e alle imprese edilizie fallite per bancarotta (lo scandalo della Banca Romana, che coinvolse diversi membri del Parlamento, era scoppiato nel 1893).
I tumulti, definiti con i termini "protesta dello stomaco" dal deputato repubblicano Napoleone Colajanni, proseguirono per settimane allontanando, al momento, ogni ipotesi di "pace sociale" e l'apertura di un dialogo tra i sindacati dei lavoratori e il governo. Il culmine degli scontri milanesi fu raggiunto nei primi giorni di maggio, quando il Ministero dell'Interno incaricò il prefetto Winspare di reprimere le proteste con ogni mezzo. L'esercito mobilitò – nel giro di poche ore – oltre 10.000 militari, i quali, comandati dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, non si fecero scrupoli sparando colpi di artiglieria sui manifestanti. La guerriglia si propagò in Piazza Duomo, Porta Venezia, San Babila, estendendosi in breve tempo presso tutta la città, in cui – secondo quanto riportarono le cronache – i manifestanti avevano raggiunto le 50.000 unità circa. Di fronte ad un allarme sociale che stava sfuggendo anche al controllo di quei movimenti (come i socialisti e le sinistre estreme) che si battevano da sempre in difesa dei diritti delle classi popolari, si radicalizzò di conseguenza la corrente politica assertrice dell'autoritarismo e della repressione. Alla fine della rivolta del pane, stroncata definitivamente entro la metà del maggio 1898, si contarono i danni, e soprattutto, le vittime : alcune fonti parlarono di circa 700 caduti totali, compresi quelli tra le forze dell'ordine. Una strage.
Successivamente, sostituito il De Rudinì col generale Pelloux (un militare al governo!), il Parlamento redasse alcuni provvedimenti concentrati a limitare la libertà di stampa e di associazione. Indette nuove elezioni per il 3 giugno 1900, la maggioranza fu ottenuta dalle opposizioni, le quali, nella persona del leader designato Giuseppe Saracco (un liberale), provvide a ritirare i progetti di legge presentati alcune settimane prima dai conservatori.

MG

 

Ultima modifica il Martedì, 13 Febbraio 2018 16:50
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