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BELLEZZE DI ROMA: SAN MICHELE A RIPA E LE RIFORME CARCERARIE DI CLEMENTE XI

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1703 : il progetto funse da modello per tutta Europa

In realtà, contrariamente al vecchio stereotipo secondo cui la Chiesa di Roma si trovò sistematicamente in antitesi con le istanze illuministe settecentesche, per diverse volte, si rivelò essere invece riformista, modernizzatrice e perfettamente allineata alle teorie fondate sul primato della ragione.

 

Tra gli altri, ne fu esempio Giovanni Francesco Albani, alias Papa Clemente XI, il quale, una volta salito al soglio come successore di Pietro, si dimostrò un innovatore di livello, quanto meno in relazione al contenimento e alla repressione della mendicità e della delinquenza giovanili. Incoronato ad appena cinquantuno anni l'8 dicembre 1700, giorno dell'Immacolata, il suo progetto di rinnovamento della giustizia minorile risale al 1703. Si trattò di un precedente di eccezionale rilevanza poiché diede luogo alla fondazione di uno dei primi penitenziari per ragazzi d'Europa, un istituto destinato a cambiare il concetto stesso di detenzione carceraria dei fanciulli dell'epoca.
La casa di correzione fu allestita in un'ala del vecchio ospizio di San Michele a Ripa, all'altezza di Lungotevere Ponte Sublicio, che oggi è ancora una struttura perfettamente integra. Si tratta di un edificio tardo-seicentesco di tre piani nel cui interno – a pianta rettangolare – vennero costruite 60 piccole celle di 2,67 x 2,22 metri ciascuna. La prima novità consistette proprio nel rendere gli ambienti individuali e suddivisi tra loro, dando la possibilità ai giovani detenuti di dedicarsi separatamente al programma di recupero disposto dai responsabili ecclesiastici. Un'altra non meno rilevante innovazione era costituita dall'applicazione di un rigido sistema di regole ispirate al lavoro, al raccoglimento, al silenzio e alla meditazione notturna fondata sulla preghiera.
Il cambiamento, che fece notizia nei più importanti ambienti giudiziari internazionali, era rappresentato soprattutto dalla variazione delle modalità di carcerazione dei giovani soggetti, la quale non si ridusse più a un esclusivo regime di detenzione, bensì al compimento di una serie di attività che esulavano talvolta anche dal mero contesto claustrale, già di per sé inedito e non convenzionale. Il grande laboratorio di San Michele, entro cui i ragazzi tessevano a maglia e lavoravano la lana, era caratterizzato da regole ferree trascritte su una parete, le quali ricordavano ai giovani che "Parum est coercere improbos poena, nisi probos efficias disciplina" (la pena non è sufficiente se non ti tieni in attività). Ci fu anche una curiosità che oggi può far sorridere, ma che allora non era affatto motivo di facili ironie, ed era la suddivisione logistica dei ragazzi in due gruppi: San Michele dé Buoni e San Michele dé Cattivi. Il primo gruppo era costituito da soggetti prevalentemente poveri o in stato di grave disagio sociale, mentre il secondo da fuorilegge veri e propri. L'attenzione della Chiesa rivolta al problema dei minori lasciò una traccia profonda durante i decenni successivi, tanto che vi furono ulteriori evoluzioni in senso riformista compiute da un altro pontefice, Leone XII, il quale inaugurò nuovi spazi e nuove strutture detentive mantenendo le stesse caratteristiche, e addirittura dando modo ai fanciulli di guadagnarsi una paga, corrispondente a un effettivo stipendio. Attenzione, però. Non vanno confuse disciplina, preghiera e attività con i castighi a cui erano sottoposti i ragazzi nel caso trasgredissero le regole. Di fronte a un'infrazione disciplinare, essi subivano infatti sanzioni severissime: queste andavano dal digiuno a pane e acqua alla somministrazione di percosse, dall'incatenamento alla reclusione in una cella buia detta "segretino".
Per lungo tempo, la giornata dei giovani all'interno del San Michele fu scandita da esercizi e adempimenti fissi; la mattina all'alba "ascoltavano la messa, e dopo aver ricevuto un pane, erano condotti nel laboratorio dove lavoravano in silenzio con una pausa per il pranzo e la ricreazione, durante la quale gli veniva consentito parlare tra loro. Al tramonto si recavano nella cappella per recitare il rosario, indi la cena e poi ognuno recàvasi nella sua cella". L'edificio fu adibito anche a correzionale femminile, e fu visitato da diversi studiosi e filantropi stranieri del tempo interessati a constatare di persona il modello detentivo inaugurato nella Roma papalina settecentesca. La struttura – per antica consuetudine – fu periodicamente oggetto delle visite dei papi, denominate "visite graziose", durante le quali i pontefici avevano la facoltà di concedere – seduta stante – la grazia o commutare le pene.

MARCO GIULIANI

 

Ultima modifica il Giovedì, 01 Febbraio 2018 15:24
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