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NOVEMBRE 1917 : DAGLI SCIOPERI DELLE FABBRICHE DI TORINO ALLA TRAGEDIA DI CAPORETTO

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100 anni fa alcune date-simbolo per la storia recente dell'Italia. Il 1917, per l'Italia, fu l'anno più difficile della Grande Guerra, e non solo per le drammatiche sconfitte e le perdite dei soldati subite sul campo.


Proprio 100 anni fa, la penuria di pane, il rovinoso andamento del conflitto e l'aumento dei prezzi sui beni di prima necessità determinarono il forte malcontento delle popolazione civile, il quale sfociò ben presto in aperta manifestazione di protesta e quindi in sommossa. L'agitazione più significativa si verificò a Torino il 22 agosto, quando – indirettamente condizionato dai riflessi della Rivoluzione Russa – il movimento operaio legato alle fabbriche siderurgiche, entrato in sciopero, diede luogo ad una dimostrazione per le vie della città che assunse anche un carattere antimilitarista riferito alla guerra in corso. Decine di fornai avevano chiuso, la farina veniva razionata e le derrate alimentari scarseggiavano, ma nonostante gli appelli dei rappresentanti sindacali che invitavano a non mettere a ferro e fuoco il centro abitato, in poche ore le rimostranze dilagarono. Molti negozi vennero saccheggiati, e mentre lo sciopero diventò generale, i cortei, caratterizzati dalla presenza di tante donne, confluirono sotto la Camera del Lavoro e davanti ai posti di polizia, che reagì. Dopo 3 giorni di scontri sanguinosi, il bilancio fu di circa una cinquantina di morti (di cui alcuni tra le forze dell'ordine) e di centinaia di arresti, anche e soprattutto tra gli esponenti politici appartenenti al partito socialista.
Nel frattempo, al confine Trentino, per il fronte italiano attestatosi sulle Alpi Carniche la situazione stava precipitando. Logorato dalla risalita sull'Altopiano della Bainsizza, il 24 ottobre l'esercito subì un durissimo contrattacco presso Caporetto e fu costretto ad un'ampia ritirata verso sud. Così, il timore che gli austro-tedeschi potessero giungere sino alla pianura padana si fece grande. Cadorna fu destituito, mentre a seguito delle dimissioni di Nitti, venne formato un nuovo esecutivo di solidarietà nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, un giurista già ministro di governo a fianco di Giolitti. Tuttavia, l'urgenza più immediata rimaneva quella relativa alle condizioni del fronte di guerra: oltre alle numerosissime perdite accusate dall'esercito, infatti, circa quattrocentomila soldati sbandarono paurosamente sparpagliandosi in modo disordinato e trovandosi alla mercé del nemico, che ne imprigionò più della metà. Con il Friuli interamente occupato dalle forze degli Imperi Centrali, il Regio esercito – o quel che ne rimaneva – riuscì a fermare la sua ritirata presso il Piave, demarcando una linea difensiva abbastanza compatta. Era il 12 novembre. Gli alti comandi militari chiamarono alle armi "i ragazzi del '99", di cui molti diciassettenni, rivelatisi preziosissimi circa la prosecuzione delle ostilità.
Il fatto di combattere una guerra divenuta prettamente difensiva rese le forze politiche italiane più coese e aumentò il senso di appartenenza patriottico, evocando inoltre una maggiore solidarietà nazionale rispetto allo sforzo di resistenza operato dai militari. Di lì, progressivamente, l'epico ribaltamento delle sorti della guerra, grazie anche all'aiuto ricevuto dall'Intesa da parte degli Stati Uniti e alla graduale disgregazione dell'Impero austro-ungarico, che non riuscì a contenere le volontà indipendentiste dei paesi satelliti. Gli italiani, a seguito delle vittorie ottenute nelle battaglie combattute presso Vittorio Veneto, il 24 ottobre 2018 diedero una spinta decisiva per il positivo epilogo della guerra grazie alla potente offensiva lanciata sul fronte del Piave, che costrinse il nemico – sempre più oggetto di defezioni e renitenze – a firmare la resa di Villa Giusti (Armistizio del 4 novembre 1918).
L'Italia, uscita comunque provata dalla guerra, sia politicamente che militarmente, era attesa da anni altrettanto difficili.

MG

Ultima modifica il Giovedì, 02 Novembre 2017 14:12
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