CDC - Centro di Documentazione e Studi dei Comuni Italiani

La rivolta di Montemiletto (Av) del luglio 1861

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Luglio/Agosto 1861 : nel Sud Italia intervennero i terribili ungheresi, che repressero i moti antiunitari con feroci rappresaglie. Tra le vittime dei mercenari, anche un ragazzino di 13 anni

Nell'estate del 1861, quando l'esercito piemontese occupò progressivamente tutto il centro-sud della penisola per portare a termine il compimento della prima fase annessionistica delle regioni meridionali, ormai quasi non si svolgevano più processi, lasciando che fosse il piombo l'unico elemento proficuo per dirimere ogni tipo di dissidio socio-politico.
Per i militari sabaudi la conquista del meridione fu comunque un'impresa durissima, resa ancor più difficile dai diffusi moti di ribellione e di lotta armata di cui divenne protagonista quella parte di popolazione autoctona unitasi ai lealisti napoletani che si rifiutava di essere colonizzata, annessa al Regno dei Savoia e entrare a far parte dell'Italia unita. Su richiesta della giunta provvisoria e dittatoriale di Giuseppe Garibaldi, la corona aveva in precedenza emesso un decreto (ordinanza del 16 luglio 1860, ndr) mediante il quale autorizzava la costituzione di una Legione Ungherese – composta dai 1000 ai 1300 mercenari – da affiancare alle camicie rosse operative nel profondo sud italiano. Brigata caratterizzata da una folta presenza di disertori e di fuoriusciti dall'impero asburgico, nell'autunno del '60 alla sua guida venne chiamato il generale Stefano Turr, massone, già ufficiale dei Cacciatori delle Alpi garibaldini, che, come responsabile della truppa, si sarebbe particolarmente distinto nelle atrocità commesse durante l'occupazione dei comuni campani di Montefalcione e Montemiletto, centri in provincia di Avellino.
Il 6 luglio del 1861 ebbe luogo un'insurrezione popolare in funzione anti piemontese che si estese presso varie province irpine, territori denominati Principato Ulteriore : quale migliore occasione per chiamare ad intervenire la legione magiara ? Milizia tra le più feroci al soldo dei piemontesi, ebbe carta bianca dagli alti comandi militari unitari, in grande difficoltà data la diffusione a "macchia di leopardo" dei moti che stavano provocando – oltre alla guerra civile – delle ritorsioni reciproche di inaudita crudeltà. In pochi giorni risolse una questione che l'esercito regolare italiano non era riuscito a riportare sotto il suo controllo neanche in un anno. Gli scontri più violenti durarono da metà luglio ai primi di agosto e si protrassero in un regime di "bellum omnes contra omnes", in cui si fronteggiarono da una parte un manipolo di soldati di ventura senza scrupoli e dall'altra gruppi di popolani e di braccianti ridotti alla fame appoggiati da pericolosi banditi decisi a sottrarsi alle leggi del nuovo Stato.
Se gli ungheresi, come vedremo, si caratterizzarono per tutta una serie di crimini di guerra (e probabilmente, anche di diversi stupri) in relazione ai quali sarebbero dovuti andare sotto processo, anche i banditi e gli insorti non scherzavano. Nel giro di poche ore, diffusasi la notizia dell'insurrezione, gli antipiemontesi accorsero da tutti i limitrofi centri abitati sino a costituire un drappello vicino alle duemila unità. Il sindaco di Montemiletto, la sua giunta e i simpatizzanti liberali del luogo furono costretti a rifugiarsi presso un monastero limitrofo, dal quale vennero scovati e barbaramente uccisi alcuni agenti della Guardia Nazionale. I soccorsi, per gli assediati, non tardarono ad arrivare: a distanza di poche ore, come accennato, giunsero gli ungheresi con tanto di artiglieria e un buon equipaggiamento militare, che, paragonato ai forconi e a qualche doppietta in mano ai nemici, non lasciò scampo a chi insorse contro l'occupazione unitaria.
Ed iniziò il massacro. Molti sediziosi fuggirono, altri vennero eliminati sul posto, mentre altri ancora – si parla di circa quattrocento persone – vennero arrestati e incarcerati. Non paghi del ripristinato ordine, gli ungheresi diedero luogo ad una lunga serie di rastrellamenti presso tutto il circondario andati avanti per almeno 3 settimane, i quali furono caratterizzati da diverse uccisioni sommarie e violenze efferate ai danni di chi, a differenza di altri, non aveva compiuto atti di violenza. A Montemiletto, tra le vittime, anche Giuseppe D'Amore, un contadinello di appena tredici anni certamente estraneo alla pianificazione delle sommosse, giustiziato senza pietà a margine di una condotta di guerra che non risparmiò neanche minorenni, donne e anziani.
Quei piccoli borghi furono tra i "teatri" di guerra in cui i regolamenti di conti tra nemici non si contarono e che sarebbero passati alla storia come "Le rivolte di Montefalcione e Montemiletto", avvenimenti su cui la storiografia convenzionale ha scritto poco e indagato ancora meno. Tuttavia, di quei fatti sanguinosi sono testimoni alcuni rapporti olografi dell'esercito regolare italiano trascritti e inviati dal comando militare di Napoli allo Stato Maggiore, e che rendono bene l'idea di quale violenza fosse stata perpetrata nel corso della fase risorgimentale che seguì all'Unità. Nei primi giorni di agosto 1861, a Montemiletto e Montefalcione era tutto finito.

MG

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