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Sala e Raggi, due sindaci da difendere

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di Lucio D'Ubaldo. Non si tratta d'interferire sul lavoro della magistratura, ammirevole in molti casi per il carico di sacrificio che investe un ruolo tanto delicato dell'ordinamento statuale, bensì di separare il grano dall'oglio di vicende giudiziarie sottoposte con troppa facilità al giudizio del cittadino comune, fino al punto d'ingenerare sfiducia verso la figura dell'amministratore pubblico.

 

C'è qualcosa che mina alla radice l'impegno al servizio del bene collettivo. Una forma pervasiva e tendenzialmente arbitraria di concepire il controllo – civile, penale e contabile – pone sotto una nube pesante di sospetto ogni procedimento che attiene al "difficile mestiere" di sindaco e amministratore locale. Quando nella diffusa percezione della società assume valore di dogma l'assalto ai perché e ai percome dei mille dettagli dell'azione pubblica, allora inavvertitamente si sconfina nella messa in discussione permanente della stessa logica dell'amministrare, dando per qualche verso un colpo micidiale alla sovranità del buon senso.

Sarebbe ora che tornasse a prevalere l'idea che la discrezione, vale a dire il ragionevole margine di valutazione e discernimento, appartiene alla natura e alla dinamica dell'azione di governo. Due sindaci, Sala e Raggi, sono messi sotto i riflettori dell'accusa in base a meccanismi che portano ad esasperare la ricerca di una virtù modellata sulla vita angelicata, incapace di relazione e contatto con la realtà nuda e cruda.

Al sindaco di Milano si chiede di fare chiarezza sulla tecnica utilizzata per allestire una gara per il verde – bisognava scorporarne alcune parti? Ma davvero era o sarebbe stata questa la formula migliore da adottare? E perché lo scorporo non doveva riguardare altre componenti della medesima gara? – all'epoca in cui il primo cittadino era amministratore dell'Expo. Al sindaco di Roma si contesta invece sulla stampa il fatto che nei mesi di esordio della sua giunta un funzionario comunale, ora agli arresti in via cautelare, potesse dare consigli e pareri (non solo ufficiali) sulle procedure da adottare in materia di organizzazione del Comune.

La magistratura avrà motivo di approfondire le indagini e si vedrà l'evoluzione di questo lavoro di scavo. Resta però il dubbio che la rincorsa alla definizione e alla cattura dell'ipotetico motivo di corruzione, con l'impianto di una gabbia di cristallo a copertura del pregiudizio sistematico, in ultima istanza non sia altro che un'opera di decostruzione dell'autonomia amministrativa. Si esagera, in sostanza, a pensare che debba costituire di per sé fonte di errore la traduzione in atti di un legittimo potere di articolazione delle scelte in una pubblica amministrazione Certo, occorra che l'opera sia legittima, ma certo non può essere l'esercizio di un controllo smisurato e cavilloso a stabilirlo. In questo modo, avallando la più insidiosa premessa dell'antipolitica, si sostituisce alla indispensabile accuratezza nella gestione della cosa pubblica il fantasma dell'automatismo come regola di funzionamento della macchina amministrativa: un'astrazione ingenua e pericolosa, forse un bellissimo sogno mentitore.

Per questo, al di là di contingenti valutazioni partigiane, i sindaci di Milano e Roma meritano intanto di essere difesi, non per un privilegio astrattamente riconosciuto alla corporazione degli amministratori locali, bensì per un sostegno morale foriero di auguri spassionati di rapida fuoriuscita dal tunnel dei sospetti.

 

Ultima modifica il Venerdì, 23 Giugno 2017 17:22
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